Legambiente - Rapporto Ecomafia 2003

 

Scegliere la breve citazione con cui apriamo ogni anno il Rapporto

Ecomafia di Legambiente è quasi sempre l’ultima “tappa” del nostro lavoro. In

quelle poche righe abbiamo cercato di segnalare il contributo, l’evento, il

risultato che potessero meglio rappresentare, di volta in volta, questa attività,

costante, di ricerca, di analisi e di denuncia. Quest’anno la scelta è caduta su un

brano di una delle venti interviste rilasciate da Giovanni Falcone a Marcelle

Padovani tra il marzo e il giugno del 1991, un anno prima di essere ucciso dalla

mafia. Venti colloqui raccolti in un libro, “Cose di Cosa nostra”, che disegnano

ritratti illuminanti dell’identità mafiosa, se così può essere definita. Come

quella del “capitano d’industria” che «se fa il costruttore, amplierà il suo raggio

d’azione fino a comprendervi le cave di pietra, i depositi di calcestruzzo, i

magazzini di materiale sanitario, le forniture in genere e anche gli operai».

E’ una descrizione che Legambiente ha già utilizzato in altre occasioni.

Se la riproponiamo è per quattro ragioni:

- l’urgenza di mantenere viva la memoria di Giovanni Falcone ma soprattutto

i suoi insegnamenti, che andrebbero ricordati sempre e non soltanto in

occasione degli anniversari della strage di Capaci;

- la coincidenza, o forse qualcosa di più, per cui è stato proprio un circolo di

Legambiente intitolato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ha dare il

via, con le sue denunce, a un’importante indagine del Comando tutela

ambiente dell’Arma dei carabinieri: l’operazione “Robin Hood”, coordinata

dalla Procura della Repubblica di Milano, che ha rialzato il “velo” sulla

gestione illegale del ciclo del cemento, dalle cave agli appalti, e sulla

corruzione che inquina, ancora oggi, l’Anas;

- il riaffacciarsi, prepotente, dell’abusivismo edilizio, che in particolare nelle

regioni a tradizionale presenza mafiosa, ma non solo, ingrassa molti di quei

“capitani d’impresa” descritti da Falcone come meglio non si potrebbe;

- il pericolo gravissimo, anzi la drammatica certezza che in una stagione di

rilancio dei lavori pubblici (al di là dei giudizi di merito sull’utilità o meno

di ogni singola opera) si avveri, nel rapporto tra mafia e imprese, quanto lo

stesso Falcone riassumeva nell’intervista concessa a Marcelle Padovani,

parlando sempre del suo immaginario, ma non tanto, “capitano

d’industria”: «Gli altri proprietari di cave, gli industriali del cemento e del

ferro verranno a poco a poco inglobati in una rete monopolistica sulla quale

egli eserciterà il controllo».

I dati, numerosissimi, e le storie contenute in questo Rapporto rendono

ancora più evidente la straordinaria attualità di queste parole:

- nel 2002, l’abusivismo edilizio è tornato a sfondare nel nostro Paese il

muro delle 30mila costruzioni illegali: esattamente 30.821, secondo le

stime elaborate dal Cresme, per una superficie complessiva di 4.204.380

metri quadrati e un valore immobiliare stimabile in 2.102 milioni di euro;

- l’incremento registrato rispetto al 2001 è del 9%, ovvero 2.544 case

abusive in più; s’inverte così bruscamente, dopo la “frenata” già segnalata

nel precedente Rapporto Ecomafia, un ciclo virtuoso cominciato nel 1999

(a partire non solo simbolicamente, dalla demolizione del Fuenti) che aveva

visto decrescere, costantemente, il numero di nuove costruzioni illegali;

- il 55% del nuovo abusivismo edilizio si concentra nelle quattro regioni a

tradizionale presenza mafiosa (nell’ordine, come numero di case illegali,

Campania, Sicilia, Puglia e Calabria);

- sempre in queste quattro regioni, il 26,5% degli immobili costruiti nel 2002

è abusivo, ovvero poco più di una casa su quattro;

- di nuovo in queste quattro regioni, si concentra il 47,7% delle infrazioni

accertate dalle forze dell’ordine nel ciclo del cemento (anche in questo

caso, purtroppo, a guidare la classifica degli illeciti è la Campania).

Fin qui i numeri del ciclo illegale del cemento. E non ci sono purtroppo

dubbi sulla principale causa scatenante di questa riscossa del “mattone

selvaggio”: l’annunciato, anche se finora fortunatamente scongiurato, terzo

condono edilizio. La ferma opposizione delle associazioni ambientaliste e di

Legambiente in particolare (insieme alla netta presa di posizione del ministro

dell’Ambiente, Altero Matteoli) hanno ricacciato indietro le proposte di legge

affacciate in Parlamento. Ma è bastato annunciarle, appunto, per creare guasti

immediati: insieme alla speranza di una nuova sanatoria, si sono riaccese anche

le ruspe dell’industria dell’abusivismo.

Non è solo una nostra convinzione, suffragata peraltro dalle stime del

Cresme. In diverse Relazioni con cui i Procuratori generali delle Corti

d’Appello italiane hanno inaugurato l’anno giudiziario 2003, emerge il

richiamo alle conseguenze negative di questo “condono annunciato”, che

finiscono per aggravare una situazione già gravissima. Può bastare un esempio:

«Presso il Tribunale di Vallo della Lucania – ha affermato il Procuratore

generale di Salerno, Vincenzo Verderosa – si è evidenziato un inquietante

aumento dei fenomeni legati ai reati di tipo ambientale, e specificamente alle

violazioni in materia edilizia e urbanistica. L’azione di contrasto, che ha

portato a demolizioni anche rilevanti sotto il profilo dell’impatto ambientale ha

dovuto segnare il passo, una volta che si è diffusa la voce di un possibile

condono, con un effetto moltiplicatore dei reati».

Guasti acuiti dalla sostanziale paralisi delle attività di demolizione.

Certo, non mancano le eccezioni positive: la ripresa degli abbattimenti delle

torri del Villaggio Coppola; l’abbattimento, grazie ai finanziamenti concessi

dal ministero dell’Ambiente, dell’ecomostro di Copanello, in Calabria (uno

sfregio alle coste denunciato da Legambiente); le demolizioni eseguite, nel

2002 e in questi primi mesi del 2003, in comuni grandi e piccoli (da Roma a

Carini, in provincia di Palermo, passando per quelli di Ostuni, in Puglia e di

Rossano, in Calabria) o quelle decise e coordinate dall’autorità giudiziaria,

come è avvenuto in provincia di Cagliari. Ma si tratta, appunto, di eccezioni,

rispetto a realtà, come quelle segnalate dal Procuratore generale di Siracusa,

Francesco Marzachì, in cui prevale «una pericolosa sensazione di anarchia».

Perché «malgrado gli sforzi compiuti, non trovano repressione persino gli abusi

più gravi e, quand’anche si disponga la demolizione di opere abusive, la

percentuale di demolizioni realizzate è assolutamente irrisoria».

Ma per restare sempre agli insegnamenti di Giovanni Falcone, la

pericolosità delle imprese mafiose non si misura solo in termini di incidenza,

pure evidente, sui fenomeni d’illegalità ambientale. E’ la tendenza

monopolistica dei clan che deve suscitare preoccupazioni, se possibile, ancora

più forti. Soprattutto quando si riaccende, come emerge con chiarezza dai dati

raccolti in questo rapporto, il mercato delle opere pubbliche:

- nel 2002, secondo i dati elaborati dall’Osservatorio sugli appalti

dell’istituto Cresme, i lavori pubblici messi a bando sono stati pari a ben

26.289,77 milioni di euro, il 21,8% in più rispetto al 2001;

- nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, l’ammontare delle

opere pubbliche messe a bando è stato di 5.997 milioni di euro, il 45,4% in

più rispetto al 2001, con una punta del 65,2% in più registrata in Campania.

Sono questi numeri, relativi ai cosiddetti investimenti a rischio, che

fanno crescere nel 2002 il mercato potenziale dell’ecomafia (insieme

all’impennata dell’abusivismo edilizio e alle nuove stime sul racket degli

animali elaborate dall’Osservatorio sulle zoomafie della Lav): si tratta di

16.614 milioni di euro, il 16,5% in più rispetto al 2001. Cresce, purtroppo,

anche il numero dei clan coinvolti nelle diverse “filiere” dell’ecomafia: 158,

sette in più rispetto al precedente Rapporto.

A scanso di equivoci, non si tratta ovviamente di ridurre, o addirittura

azzerare come forse vorrebbe qualcuno, le risorse pubbliche da destinare al

Mezzogiorno, che ha sicuramente bisogno di infrastrutture (si tratta di discutere

quali, ma non è questa la sede) e, dunque, di investimenti. Quello che lo Stato

non può permettere è che queste risorse finiscano per alimentare, anche in base

a una fitta ragnatela di convenienze e connivenze, i monopoli imprenditoriali

della mafia.

Non è una soltanto una questione di legalità in senso stretto, che pure

sarebbe sufficiente. O di rispetto vero, d’impegno nei confronti di chi è stato

ucciso perché combatteva a viso aperto quei monopoli. E’ scientificamente

dimostrato, sulla base ormai di innumerevole indagini (una per tutte, quella

sulla Salerno - Reggio Calabria condotta dalla Procura distrettuale antimafia di

Catanzaro) che quando i clan mettono le mani sulle opere pubbliche lo fanno a

scapito della qualità dei lavori eseguiti, della sicurezza dei cantieri e di chi ci

lavora, figuriamoci del rispetto dell’ambiente.

Non è un caso, insomma, se anche quest’anno Legambiente deve

lanciare un forte segnale d’allarme per quanto riguarda il primo anello del ciclo

illegale del cemento, quello delle attività estrattive:

- sono decine le cave abusive individuate in Calabria, in particolare dal

Corpo forestale dello Stato, e numerosissimi i mezzi impiegati in queste

attività illecite (pale meccaniche, escavatori, mezzi di movimento terra)

sequestrati dalle forze dell’ordine;

- la scoperta e il sequestro di cave illegali sembra quasi accompagnare i

lavori lungo l’autostrada A-3, in provincia di Salerno, mentre resta davvero

drammatica la situazione in provincia di Caserta, la terra delle “montagne

scomparse”, come la definisce Donato Ceglie, Sostituto procuratore della

Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, nel contributo che pubblichiamo

in questo Rapporto.

Sarebbe comunque riduttivo circoscrivere le preoccupazioni relative al

ciclo del cemento al solo Mezzogiorno d’Italia. E’ significativo, ad esempio, il

dato che colloca il Lazio al terzo posto tra le regioni italiane come numero di

infrazioni accertate, subito dopo Campania e Calabria. E preoccupa la

situazione dei cantieri dell’Alta velocità, tra la Toscana e l’Emilia Romagna, a

cui anche quest’anno è dedicato un capitolo specifico del nostro Rapporto. Ma

non possono non far riflettere anche i risultati ottenuti in importanti inchieste

giudiziarie che hanno riguardato il Nord-est del nostro Paese, in particolare in

Veneto. Come l’operazione Acheronte, condotta dal Nucleo di polizia

investigativa del Corpo forestale di Padova: 19 arresti, che hanno portato alla

luce l’esistenza di una vera e propria associazione a delinquere specializzata

nei furti di sabbia sul Po, Adige e Brenta, anche in zone protette. L’indagine è

stata avviata anche grazie alla denunce raccolte da Legambiente Veneto e

rilanciate nel Rapporto Ecomafia 2002: un esempio positivo delle sinergie

possibili in un sistema di “legalità organizzata”, come lo ha efficacemente

definito il Procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna.

E la “legalità organizzata” ha dato i suoi frutti anche su un altro

versante dell’ecomafia, quello del ciclo illegale dei rifiuti. Legambiente, come

abbiamo sottolineato nel Rapporto dello scorso anno, si è fortemente battuta

perché venisse introdotto nel nostro Paese almeno il delitto di organizzazione

di traffico illecito di rifiuti, l’articolo 53 bis del decreto Ronchi: un risultato

ottenuto, in attesa di una riforma più complessiva della tutela penale

dell’ambiente, all’ultimo secondo utile della precedente legislatura. Oggi

possiamo sostenere, numeri alla mano, che grazie a quello sforzo, e

all’impegno di esponenti politici sia di centro-destra sia di centro-sinistra, le

forze dell’ordine e l’autorità giudiziaria stanno ottenendo importanti risultati

contro le vere e proprie organizzazioni criminali attive nella gestione dei rifiuti:

- 49 le persone arrestate tra il 2002 e il gennaio del 2003; 177 le persone

denunciate; 36 le società coinvolte; 12 le regioni interessate dai traffici

illegali.

Le indagini sono state svolte, in maniera particolare, dal Comando

tutela ambiente dell’Arma dei carabinieri (30 le ordinanze di custodia emesse

da diverse Procure italiane), ma non è mancato il contributo dei Nuclei

investigativi del Corpo forestale dello Stato, in particolare quello di Brescia, e

della Guardia di finanza, che ha condotto una delle inchieste più clamorose:

quell’operazione “Mar Rosso” che ha portato in carcere dirigenti e dipendenti

dello stabilimento Enichem di Priolo, in provincia di Siracusa, accusati di aver

sversato in mare rifiuti contenenti mercurio (fino a 20mila volte oltre i limiti di

legge) e di aver “spedito” illecitamente in giro per l’Italia, dalla Sardegna

all’Emilia Romagna, ingenti quantitativi di veleni.

A queste organizzazioni viene affidata, anche da imprenditori

conniventi, un’ampia gamma di rifiuti: scorie di metallurgia, fanghi conciari,

polveri di abbattimento fumi, terre provenienti da attività di bonifica,

trasformatori con oli contaminati da Pcb, i famigerati policlorobifenili.

Le conseguenze di questi smaltimenti sono gravissime e si manifestano

nel tempo, come dimostra l’allarme diossina scattato tra le province di Caserta

e Napoli. Qui per anni, come ha più volte denunciato Legambiente, i clan della

camorra, a cominciare dal sodalizio più pericoloso, quello dei Casalesi, hanno

gestito la fase terminale di imponenti traffici illegali di rifiuti. Le “terre

dell’ecomafia”, così vennero ribattezzate dalla prima Commissione

parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, sono diventate oggi le “terre della

diossina”, riscontrata nel latte vaccino, sui terreni, nel foraggio. Sull’origine di

questa contaminazione non sembrano esserci dubbi: «Le risultanze

investigative – si legge in un comunicato diffuso dalla Procura della

Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, che coordina le indagini – hanno

consentito di ipotizzare le cause dell’evento, consistenti nelle reiterate attività

abusive di discarica e abbandoni dei rifiuti e dall’incenerimento degli stessi».

Attività che proseguono ancora oggi, non solo in provincia di Caserta. Tra

Qualiano, Giuliano e Villaricca, in provincia di Napoli, si consumano quasi

ogni giorno, spesso nelle ore notturne, abbandoni e incendi di rifiuti, come ha

evidenziato, anche in questo caso dopo le continue denunce di Legambiente,

una recentissima indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Napoli.

Va sottolineato, infine, sempre restando nelle regioni più colpite dal fenomeno

dell’ecomafia, quanto emerso in Calabria, durante una recente missione della

Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti: la procura di

Reggio Calabria avrebbe in corso un’indagine relativa a un vasto traffico di

rifiuti speciali, anche di origine ospedaliera, diretti da Nord verso Sud, che

sarebbe gestito da due famiglie della ‘ndrangheta reggina.

La quantità di rifiuti che continua a sparire dalla sempre difficoltosa

contabilità del settore, del resto, è davvero impressionante:

- una nuova montagna, alta 1.120 metri per tre ettari di base, pari a 11,2

milioni di tonnellate di rifiuti, si è andata ad aggiungere a quella “spuntata”

nel precedente Rapporto Ecomafia; appena 30 metri più bassa, se può

consolare, di quella emersa lo scorso anno dall’attenta e approfondita

lettura dei dati relativi alla produzione e allo smaltimento di quelli speciali,

compresi gli inerti, e pericolosi, elaborati dall’Apat e dell’Osservatorio

nazionale sui rifiuti.

Altri numeri, raccolti in questo rapporto, confermano la gravità della

situazione:

- sono 4.866 le discariche abusive censite in Italia dal Corpo forestale dello

Stato, per una superficie complessiva di ben 19 milioni di metri quadrati,

quattro milioni in più rispetto al dato del primo censimento, realizzato nel

1986; particolare significativo, diminuisce invece il numero dei siti illegali

(erano 5.978 sempre nel 1986): «Non siamo più in presenza di

comportamenti errati occasionali da parte di singoli cittadini - si legge nel

rapporto del Cfs - ma ci troviamo di fronte a fenomeni, come dimostrato

anche da indagini e operazioni di polizia giudiziaria portate a termine,

riconducibili a organizzazioni illecite che controllano l’utilizzo delle

discariche abusive»;

- i risultati delle operazioni svolte dal Comando tutela ambiente dei

Carabinieri in questo settore (relativi al 2001) segnalano un’incidenza

dell’illegalità, nella gestione complessiva dei rifiuti pari al 42,5% dei

controlli effettuati;

- la Sicilia resta, nel 2002, la prima regione in Italia per quanto riguarda gli

illeciti riscontrati nel ciclo dei rifiuti, seguita dalla Campania e dal Veneto,

un dato quest’ultimo che rappresenta la spia di una situazione davvero

difficile in questa regione;

- il 38,6% degli illeciti accertati, infine, si concentra nelle quattro regioni a

tradizionale presenza mafiosa.

I numeri, presentati recentemente da Fise-Assoambiente per quanto

riguarda la gestione formalmente legale, suscitano ulteriori interrogativi:

l’Italia, infatti, sembra essere un Paese virtuosissimo, con il 45,5% dei rifiuti

speciali prodotti, in questo caso esclusi gli inerti, avviati a recupero. Il 53% di

questi rifiuti passa, però, attraverso centri di stoccaggio e di pre-trattamento e

addirittura l’87% di quelli stoccati e “pre-trattati” finisce in discarica.

Non bisogna essere degli esperti del settore per intuire che qualcosa non

torna, soprattutto alla luce di due considerazioni e due dati di fatto:

- i prezzi praticati in questi centri sono molto inferiori, per la stessa tipologia

di rifiuti, a quelli degli impianti di smaltimento;

- affidando i propri rifiuti a una di queste strutture, il produttore si vede

sollevato da qualsiasi responsabilità circa l’effettiva destinazione dei rifiuti

stessi (come avviene anche per gli impianti di smaltimento, ma a costi

superiori);

- sostanzialmente tutte le indagini avviate finora sulla base dell’articolo 53

bis sono caratterizzate da una serie di “trattamenti” e “riutilizzi” mai

effettuati e di miscelazioni illecite;

- sono ormai innumerevoli i casi di capannoni riempiti da rifiuti da

“recuperare” o “riutilizzare”, lasciati in “gentile omaggio” alla collettività

da società nel frattempo fallite.

E’ facile immaginare quale effetto possa avere avuto, in questa

situazione, la nuova interpretazione della definizione di rifiuto prevista

nell’articolo 14 del decreto legge 138 del 2002, che spiana ulteriormente la

strada a ecofurbi e trafficanti senza scrupoli, specializzati in false attività di

recupero.

Presunte attività di riciclaggio, come già segnalato da Legambiente nel

precedente Rapporto Ecomafia, fanno da sfondo anche ad alcune indagini

condotte nel nostro Paese per quanto riguarda i traffici internazionali di rifiuti,

che vedono la Cina tra le mete preferite. Anche in questo caso, le attività

illecite sono mosse da ragioni sostanzialmente economiche. In un incontro

internazionale promosso dal Riia, il Royal institute of international affairs, un

prestigioso istituto di ricerca londinese (al quale ha partecipato anche

Legambiente) sono stati forniti i prezzi relativi allo smaltimento di una

tonnellate di rifiuti pericolosi: si va tra i 100 e i 2.000 dollari di un Paese

industrializzato, a seconda della tipologia di rifiuto, ai 2,5 massimo 50 dollari

richiesti in un Paese in via di sviluppo.

Alle rotte di questi traffici illeciti, che spesso si sovrappongono con

quelle delle armi, sembrano legarsi alcuni misteri del nostro Paese, come

quello delle navi a perdere, affondate nel Mediterraneo e di cui si è persa

traccia. Morti improvvise che suscitano ancora interrogativi, come quella del

capitano di corvetta Natale De Grazia, indispensabile collaboratore della

Procura presso la pretura di Reggio Calabria durante le indagini relative

proprio ai carichi trasportati dalle navi fantasma. Delitti efferati, come quello di

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Alla giornalista del Tg3 e al suo operatore, assassinati a Mogadiscio il

20 marzo del 1994, è dedicato un capitolo del Rapporto, curato da Barbara

Carazzolo, Alberto Chiara e Luciano Scalettari, tre giornalisti di “Famiglia

cristiana” autori di innumerevoli articoli sui traffici illegali di armi e rifiuti e di

un libro: “Ilaria Alpi, un omicidio al crocevia dei traffici”. Dietro quel duplice

omicidio, questa è l’ipotesi sostenuta da robusti riscontri, si potrebbero

nascondere proprio traffici illegali, di rifiuti e di armi, scoperti da Ilaria Alpi

durante il suo lavoro in Somalia.

Non è la prima volta che viene ipotizzato uno movente di questa natura:

già nel 1996, la relazione conclusiva della prima Commissione monocamerale

d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti sottolineava l’inquietante coincidenza tra la

segnalazione di smaltimenti illeciti al largo delle coste della Somalia e la

cittadina in cui Ilaria aveva realizzato il suo ultimo servizio: Bosaso. Un’ipotesi

ripresa anche in altre relazioni della successiva Commissione bicamerale

d’inchiesta, quella della XIII legislatura.

E’ anche per queste ragioni che vogliamo sollecitare, in questa

occasione, la ripresa di quelle attività d’indagine, magari attraverso quella

stessa Commissione parlamentare d’inchiesta che anche in questa legislatura

deve fare luce, per quanto possibile e di sua competenza, sulle attività illecite

legate al ciclo dei rifiuti. Ma riteniamo anche che un’iniziativa del genere

debba essere affiancata dall’attivazione, nelle forme e nei modi possibili, del

Parlamento europeo: dal lavoro d’inchiesta svolto finora, infatti, emerge con

grande chiarezza che se traffici illegali di rifiuti ci sono stati verso l’Africa e la

Somalia, questi non hanno riguardato soltanto il nostro Paese.

Sempre restando in tema di traffici internazionali, resta alta la

preoccupazione di Legambiente sull’ampiezza e le conseguenze del commercio

illegale di specie protette (flora e fauna). In questo Rapporto viene sottolineato,

in particolare, quello del legname pregiato. I dati raccolti sono davvero

impressionanti:

- il valore complessivo dei traffici illeciti viene stimato in 150 miliardi di

dollari l’anno (OECD Environmental outlok, 2001);

- almeno il 50% dei prelievi nel bacino amazzonico, in Africa centrale e del

Sud-est asiatico è illegale (Royal institute of international affairs, 2002);

- l’Ibama, l’Agenzia per l’ambiente del governo brasiliano, ha dichiarato nel

2002 che almeno il 70% del mogano esportato è frutto di tagli illegali,

eseguiti su terre demaniali o di comunità indigene;

- secondo il Fern, l’Istituto per le foreste dell’Unione europea, circa il 50%

del legame tropicale che entra nei Paesi dell’Unione è stato tagliato

illegalmente.

La conseguenze, sulla vita delle comunità locali e la conservazione

della biodiversità nel mondo, sono disastrose. E il nostro Paese è chiamato ad

assumere un ruolo di grande responsabilità e fortissima attenzione, viste le

posizioni che occupa sul mercato internazionale, come secondo importatore di

legno in Europa e sesto nel mondo.

Non mancano, fortunatamente, anche in questo “Rapporto Ecomafia

2003”, le buone notizie. O che almeno tali appaiono, perlomeno a giudicare dai

numeri. Sembra alleggerirsi, innanzitutto, la pressione sul nostro patrimonio

artistico e archeologico:

- diminuisce, infatti, il numero di furti censiti dal Comando tutela patrimonio

culturale dell’Arma dei carabinieri, che passano dal 2.090 del 2001 ai 1.539

del 2002, insieme al numero di opere trafugate (18.566 rispetto alle 30.012

del 2001);

- registra una flessione ancora più decisa il numero di illeciti in materia

ambientale registrato complessivamente dalle forze dell’ordine nel 2002:

19.453 infrazioni contro le 31.201 del 2001.

E’ la prima volta che Legambiente osserva una riduzione di questa

consistenza (il 37,7% degli illeciti in meno) e la ricerca delle possibili cause è

stata paziente e approfondita. Ecco le possibili risposte:

- si è verificata, in particolare per quanto riguarda le attività del Comando

tutela ambiente dell’Arma dei carabinieri, una decisa sterzata, operativa,

verso i reati più gravi, in particolare il traffico illecito di rifiuti, che ha

assorbito importanti energie peraltro con notevoli risultati: in sintesi, più

qualità e meno quantità;

- sono state ben 3.000 in meno le notizie di reato relative agli incendi dolosi

raccolte dal Copro forestale dello Stato, anche grazie a un’estate

particolarmente piovosa;

- i dati forniti dalle Capitanerie di porto hanno riguardato, in maniera più

mirata, i controlli effettuati in materia ambientale, con una significativa

riduzione, anche in questo caso, delle infrazioni comunicate rispetto ai dati

del 2001.

Anche alla luce di queste “ponderazioni”, comunque, si evidenzia la

flessione per quanto degli illeciti ambientali. Alla quale non corrisponde, per

valutare ancora meglio il dato, una riduzione dei controlli, che restano più o

meno sugli stessi valori del 2001.

E’ probabilmente troppo presto per affermare che nel nostro Paese si

registra, finalmente, una contrazione della cosiddetta illegalità diffusa. E non

vorremmo che le annunciate e, perlomeno finora, rientrata depenalizzazioni in

materia ambientale avesse avuto sull’attività delle forze dell’ordine un effetto,

per così dire, “depressivo”. Ma proprio questi numeri consentono di formulare,

per concludere questo breve excursus nelle circa 300 pagine di questo

Rapporto Ecomafia, una proposta, semplice e allo stesso tempo ambiziosa:

realizzare in questa legislatura una riforma organica dell’attuale sistema di

tutela penale dell’ambiente. Che mostra, con l’eccezione dell’art. 53 bis del

decreto Ronchi, tutta la sua inefficacia.

Fa davvero male a chi, come noi, è impegnato sul versante difficile

della legalità ambientale leggere, in quasi tutte le relazioni con cui è stato

inaugurato l’anno giudiziario in corso, che i reati ambientali sono, duole dirlo

ma è la verità, a prescrizione certa. Che gli sforzi e l’impegno delle forze

dell’ordine nell’indispensabile controllo di legalità si trasforma, anche per chi

viene sorpreso ad aprire una cava abusiva in un parco oppure a liberarsi di

veleni che finiscono in falda, in una beffarda impunità. Un’impresa del Friuli

Venezia Giulia, solo per fare un esempio, responsabile dell'inquinamento da

cromo esavalente di numerosi pozzi intorno al suo stabilimento è stata

condannata, recentemente, a un’ammenda di 25 milioni di lire, poco più di 12

mila euro. E non consola scoprire che il sistema delle sanzioni amministrative,

al quale si vorrebbe ricorrere depenalizzando ulteriormente i reati ambientali, è

spesso aleatorio, affidato com’è a strutture di controllo, amministrative

appunto, gracilissime.

Non è certo il momento migliore, vista la guerra ancora in corso in Iraq

al momento di scrivere questo Rapporto, per evocare il “modello” degli Stati

Uniti. Ma il giudizio, estremamente negativo, di Legambiente sulle scelte

dell’amministrazione Bush non ci impedisce di leggere, con attenzione, quanto

è accaduto anche nel 2002 in quel Paese per quanto riguarda la lotta alla

criminalità ambientale. Un paragone non è neppure possibile, tanto sono

diversi i sistemi giudiziari tra l’Italia e gli Stati Uniti, ma suscita una certa

impressione leggere che nell’anno appena trascorso la sola attività investigativa

dell’Epa, l’agenzia federale per la protezione dell’ambiente, ha portato a

condanne, per gravi episodi d’inquinamento, pari a 215 anni di carcere e 3,9

miliardi di dollari di multe.

Ecco, allora, la proposta: avviare, nel Governo e in Parlamento, un

confronto serrato, nei tempi e nei contenuti, per definire quali siano i reati

ambientali che meritano, vista la loro pericolosità, di essere inseriti nel nostro

Codice penale. Poche fattispecie, come si dice in gergo, chiare e misurate. E un

adeguato sistema di sanzioni amministrative, per il resto. Senza dimenticare, in

un caso come nell’altro, un adeguato ed effettivo risarcimento dei danni

eventualmente causati.

Non si parte da zero: il nostro presidente, Ermete Realacci, ha

riproposto, nel primo disegno di legge che ha presentato come parlamentare, le

ipotesi di reato e le sanzioni già discusse e persino varate dal Governo durante

la precedente legislatura. Una griglia di definizioni è stata messa a punto dal

Consiglio d’Europa. Altrettanto si accinge a fare la Commissione europea, con

una specifica direttiva. Altri Paesi europei hanno da tempo inserito i reati

ambientali nei loro codici, come non ci stanchiamo di ripetere.

Oggi, il progressivo, verrebbe da dire autonomo, orientarsi delle forze

dell’ordine verso la qualità dei reati su cui si indaga piuttosto che sulla quantità

(e sappiamo quanto siano importanti i numeri, anche per loro), e l’accorato

appello che si è levato da moltissimi uffici giudiziari italiani, sulla beffa delle

prescrizioni, dovrebbero indurre il Governo, la maggioranza parlamentare e

l’opposizione, a fare uno scatto nella direzione giusta. Ne guadagnerebbero il

patrimonio ambientale del nostro Paese, la salute dei cittadini, tutte le imprese

che lavorano nella legalità, investono in innovazione e qualità. Insomma, la

parte migliore di quell’Italia che, soprattutto nel Mezzogiorno ma non solo,

deve affrontare, ogni giorno, troppi “capitani d’industria”. Come quelli che

combatteva, con coraggio e tenacia, Giovanni Falcone.