Mentre arriva una condanna da parte della
Commissione Europea ai danni dell’Italia per la mancata realizzazione di
una adeguata rete di Zone di Protezione Speciale per l’avifauna,
arrivano anche conferme alle peggiori ipotesi fatte sulla riforma della
caccia. “Il Sottosegretario alle Politiche Agricole e Forestali –
racconta Antonino Morabito, responsabile nazionale fauna di Legambiente
– durante un’interrogazione parlamentare ci ha informato che con la
nuova legge (trasmessa il 15 gennaio scorso alla Presidenza del Consiglio
ed ai Ministeri competenti), dall’anno prossimo, qualora fosse
approvata, la stagione venatoria potrebbe durare un mese in più (non si
chiuderà più il 31 gennaio ma a fine febbraio), sarà allungata la lista
delle specie cacciabili, e ci saranno 30 giorni l’anno nei quali i
cacciatori saranno liberati dal legame col loro ambito territoriale e
potranno andarsene a sparare agli uccelli migratori in giro per
l’Italia, (indebolendo così il ruolo e le finalità degli Ambiti
territoriali di caccia e dei comprensori alpini)”. “Quella di oggi è
una situazione – aggiunge - che conferma, laddove ce ne fosse ancora
bisogno, che il pacchetto caccia di questa legislatura, sia parlamentare
che governativa, sia privo di qualsiasi fondamento tecnico-scientifico e
manchi assolutamente di attenzione alla cultura ed alla sensibilità
dell’odierna società italiana ed europea”.
Tutto questo mentre la Commissione Europea ci ricorda alcune delle vistose
inadempienze dell’Italia citando, da nord a sud, la Lombardia che deve
ancora istituire almeno 25 zone riconosciute importanti per gli uccelli,
la Sardegna dove mancano all’appello altre 16 zone o la Calabria che,
addirittura, non ha nemmeno istituito la famosissima area adiacente lo
Stretto di Messina per la protezione della migrazione di migliaia di
rapaci.
“Nella società italiana – sottolineano Roberto della Seta e Osvaldo
Veneziano, Presidenti di Legambiente e Arci Caccia - c’è molta più
consapevolezza e maturità di quanto il Governo e il Parlamento stiano
proponendo con il tentativo, becero, di accontentare la parte peggiore
della componente venatoria. Legambiente e Arci Caccia, invieranno per
questo un appello da inviare a tutte le massime Autorità del Paese
affinché l’Italia non venga additata come il Paese della barbarie
venatoria”.

CACCIA
NELLE AREE PROTETTE
FEDERPARCHI CHIEDE LA SOSPENSIONE DELLA DISCUSSIONE IN COMMISSIONE
La Commissione Ambiente della Camera dei Deputati ha iniziato la
discussione di una proposta che, intendendo modificare le leggi 394
"sulle aree protette" e 157 "per la protezione della fauna
omeoterma e il prelievo venatorio", ha in pratica l'obiettivo di
aprire il territorio dei parchi alla normale attività di caccia. La
Federazione italiana dei Parchi e delle Riserve naturali, che
sull'argomento ha già molte volte espresso la più ferma contrarietà, è
costretta ora, di fronte all'insistenza con la quale si intende comunque
procedere, a manifestare tutto il proprio disappunto e una fortissima
preoccupazione.
Non sono bastate ai proponenti, per lasciare cadere l'iniziativa, le
reazioni argomentate e documentate innanzitutto dei parchi e poi di un
vasto schieramento di istituzioni e associazioni, di esponenti del mondo
scientifico e culturale, di componenti rilevanti dello stesso mondo
venatorio. Non è nemmeno bastato che il Governo abbia sempre confermato,
per bocca del Ministro dell'Ambiente Matteoli, l'opposizione alla
proposta. Sembra non pesare nemmeno la palese contraddizione nella quale
si trova il Parlamento che, immediatamente dopo aver deciso di affidare
una amplissima delega al Governo per la riscrittura delle norme in materia
ambientale, avvia l'esame di un provvedimento che incide direttamente
sulla medesima materia. Infine, non sono state prese in considerazione le
ragioni di merito, alle quali la Federparchi torna a fare
riferimento, auspicando che possano contribuire a fare riflettere tutti.
La finalità prima di un'area protetta è quella di tutelare e conservare
l'ambiente naturale, inteso nel senso più ampio del termine. Le attività
che interferiscono in modo consistente con tale finalità non possono che
essere incompatibili. Ciò vale tanto più per la caccia e per i danni
gravi, spesso irreversibili, che essa può provocare in un'area protetta
al patrimonio faunistico ed ecologico in generale. La caccia inoltre
minaccia in modo diretto l'economia dei territori interessati, per le sue
inevitabili e negative conseguenze sul turismo, le attività ricreative e
di fruizione, le stesse attività agricole e di allevamento. Essa in
definitiva colpisce la principale missione dei parchi compromettendone così
natura e funzione istituzionale. La normativa in vigore è già pienamente
adeguata a soddisfare le
esigenze richiamate dai promotori delle proposte di modifica, che parlano
soprattutto il controllo selettivo di alcune specie animali. Esistono già
tutte le possibilità in tal senso per gli enti di gestione dei parchi e
delle riserve, che possono avvalersi di agenti di sorveglianza e di
persone appositamente autorizzate, scelte anche tra i cacciatori
residenti. Non è quindi necessaria alcuna nuova norma in materia, a meno
che non si vogliano appunto aprire le aree naturali protette alla vera e
propria attività venatoria, eliminandone la specificità e banalizzandone
la vocazione. Una simile soluzione non favorirebbe nemmeno la
qualificazione del mondo venatorio e la sua partecipazione alle attività
di gestione faunistica, che si possono invece realizzare attraverso la
elaborazione di progetti sostenibili e la collaborazione a studi e piani
di riqualificazione ambientale, di reintroduzione e di ripopolamento di
specie autoctone che possano arricchire il patrimonio faunistico
nazionale. La Federparchi è dunque convinta che la proposta debba essere
fatta
cadere al più presto; chiede alla Commissione della Camera che ne
abbandoni la discussione ed auspica che tutti coloro che ne hanno la
possibilità, a cominciare dal Governo, operino per scongiurare una
prospettiva pericolosa.
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